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Right Round

Autore:Matteo Guidi

Data: 25 marzo 2026

Right Round

Il referendum costituzionale di domenica 22 e lunedì 23 marzo si è concluso con la vittoria del NO. Un finale dall’esito non scontato che è solamente la parte terminale di una campagna mediatica ed elettorale che ha lasciato non pochi strascichi all’interno dell’opinione pubblica e dei partiti della IIª repubblica. 

Sebbene si trattasse in principio di una battaglia che poneva in essere un dubbio sull’effettiva efficacia del CSM allo stato attuale e del suo funzionamento, ben presto si sono scatenate le logiche tipiche del populismo che si osservano dai tempi di Bettino Craxi e Silvio Berlusconi, passando per Beppe Grillo e Matteo Renzi, per arrivare a Matteo Salvini e Giuseppe Conte.

Difatti non è mancato il processo attraverso il quale la campagna referendaria si è trasformata (per taluni) in un processo al buon/mal governo di Meloni Giorgia, colei che si è fatta portatrice e portavoce di una riforma della giustizia che fin da subito Forza Italia ha voluto dedicare a Berlusconi.

Si sommi a quest’acredine verso la maggioranza di governo un’ulteriore componente che ha abbassato lo scontro dialettico ad un confronto verbale tra persone poco cordiali, arrivando a vette di retorica che tutti hanno potuto leggere e sentire nei giornali e nell’edizioni dei TG di RAI e non. 

Al di là di questo sottosviluppo della classe politica e decisionale del Belpaese, il risultato è sembrato inconvertibile: i dati parlano di un’affluenza oltre ogni più rosea aspettativa con ben 27 milioni di italiani che sono andati a votare, cosa che dovrebbe fare felice ogni cittadino democratico che si rispetti. Per il NO hanno votato 14,462 milioni di elettori contro i 12,447 milioni di elettori che hanno scelto di barrare la casella SI. Lo scarto di oltre 2 milioni di voti è una cifra che segna più spunti di riflessione, aumentati se si guardano anche le fasce di età per voti. Infatti i giovani hanno scelto per la maggioranza abbondante di votare NO, segno che i partiti di opposizione hanno per il futuro un grande bacino dal quale attingere voti. 

Per le regioni, solo Veneto, Lombardia e Friuli-Venezia-Giulia (feudi leghisti) hanno ottenuto una maggioranza di voti per il SI, mentre nelle maggiori città il NO ha vinto quasi ovunque come per esempio a Roma, Milano, Firenze, Bologna e Torino. 

Le conseguenze di tutto ciò non si sono fatte attendere: in primis la presidente del consiglio Meloni ha giustamente accolto il risultato delle elezioni e ha fatto sapere che il suo governo è più saldo che mai, non prestando ascolto a coloro i quali hanno fatto riecheggiare nell’aria la parola “Renzi”, spettro di un referendum naufragato ben 10 anni fa’. Anche gli alleati di governo Tajani e Salvini hanno rimarcato la stabilità dell’esecutivo e si sono detti sereni per il futuro. 

A proposito di serenità, in casa Fratelli d’Italia non aleggia un buon momento. Delmastro e Bartolozzi sono state le prime prevedibili teste a cadere nel paniere di una reazione di Meloni che si è voluta liberare di personaggi “scomodi” per il proseguimento della legislatura; i due sono colpevoli di cadute di stile e per il caso Almasri per quanto concerne la capa di gabinetto del ministro Nordio, invece Delmastro è al centro di polemiche per uno scandalo concernente una sua partecipazione nel campo della ristorazione.

Dovrebbe essere scontata l’abdicazione al trono di ministra del turismo di Daniela Santanchè, all’interno di FDI dal 2017, rea di numerose debacle pubbliche e non solo. Si usa il condizionale perché allo stato attuale delle cose la ministra non ha nessuna intenzione di dimettersi, anche se da palazzo Chigi è giunta una nota in cui si augura questo evento e dalle opposizioni è quasi certamente in arrivo un voto di sfiducia.

Sul fronte opposto, l’esito della votazione ha suscitato l’estasi dei leader di partito e non solo. Hanno parlato tutti in piazza Barberini, sul palco allestito per la festa e la celebrazione di questa che è forse la prima vittoria significativa dei partiti di CentroSinistra da tempo immemore. Fin da subito è apparso chiaro come il tema del prossimo futuro sia la scelta di un leader che possa portare il “Campo Largo”, creatura per ora vista come una chimera ma che grazie a questo referendum potrebbe essere veramente data alla luce, fino alle elezioni del 2027. 

Il primo ad usare il termine “primarie” è stato Giuseppe Conte, senza remore e tentennamenti ha scandito questa parola che sembra suscitare riluttanza in qualcuno, ed è stato seguito subito da Elly Schlein. Queste primarie secondo Conte dovrebbero essere portate nei gazebo e nelle piazze e non esclusivamente nelle sedi partitiche, segno di una fiducia e consapevolezza di poter fare grandi cose nei mesi a venire. Un’opinione contraria a queste elezioni dell’opposizione è sorta dalla sindaca del comune di Genova Silvia Salis, che si è prima smarcata dal volersi candidare e poi ha rincarato la dose affermando di non condividere questa procedura. 

In conclusione, il referendum ha portato con sé prima, durante e dopo una fortissima carica simbolica e politica che si è riversata dai partiti ai tribunali passando per le pubbliche piazze. Ha innescato inoltre una reazione a catena sia a Sinistra che a Destra che porterà effetti per ora impredicibili, tendenzialmente a favore dell’opposizione.

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