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Quante guerre nel mondo?!

Autore:Federico Scotti

Data: 28 marzo 2026

Quante guerre nel mondo?!

Dopo la scorsa interruzione estiva, mi dedicai alla crescente violenza, in molteplici forme, che contraddistinse i mesi precedenti. Anche ora ricomincio con un articolo sulla guerra perché, purtroppo, rimane una materia di fortissima attualità.

E questo, di per sé, è già un grande dramma che dovrebbe interrogare: la guerra è diventata, negli ultimi anni, una sorta di costante della quotidianità che ha infranto l’ideale di pace che noi abbiamo sempre avuto. Eppure, essa è una percezione solo europea, tutta al più Occidentale. Anzi, una convinzione europea e occidentale esistente solo nelle generazioni nate dopo la Seconda Guerra mondiale (per quanto ci siano stati, negli ultimi settant’anni, tanti episodi di fronte ai quali l’immagine di un mondo pacificato è crollata).

L’Europa ha vissuto d’allora una stagione ininterrotta senza guerre sul suo territorio. In questa pace duratura si è illusa di vivere una condizione esistenziale normale, propria anche del resto del mondo, e che gli episodi di belligeranza di cui apprendeva notizia, in fondo limitati, erano tragici momenti passeggeri. 

Invece, questa parentesi felice del Vecchio continente è un unicum, mai realizzatosi precedentemente nella sua storia né in quella del resto del mondo. Già per i popoli antichi, nell’Impero Romano, poi nel medioevo e, in misura persino maggiore, anche nel Rinascimento, giungendo fino alla metà del Novecento, la guerra era la normalità. Forse non c’è mai stato neppure un anno della storia umana in cui non sono state combattute delle battaglie, non solo tra regni e nazioni ma anche tra fazioni delle stesse città. Però, non era semplicemente un’attività comune – il lavoro del soldato –, o l’occasione per dimostrare la propria virtus o la prassi abituale per risolvere delle controversie, ma un fatto che la gente stessa percepiva tale e quale a una catastrofe naturale: ogni tanto capita, è inevitabile, proprio come ogni tanto si verificano carestie o pestilenze. Era un concetto intrinseco nella mentalità umana.

Il medesimo modo di pensare la guerra continuò a sussistere, dopo la Seconda Guerra mondiale, in tutto il globo, eccezion fatta per l’Europa che è riuscita incredibilmente a realizzare un piccolo enclave di pace. La fine del conflitto vide le guerre continuare a scoppiare in tutto il resto del mondo, tant’è che per alcune nazioni gli scontri armati costituiscono ancora oggi la normale quotidianità.

Parallelamente, è indubbio che la violenza, negli ultimi decenni, sia aumentata a dismisura. Sulla base di quanto detto finora, però, è necessario compiere una distinzione: agli occhi dell’Occidente le guerre sono aumentate sia perché ci sono molti più canali comunicativi, grazie alle nuove tecnologie, sia perché sono scoppiati conflitti relativamente vicini che hanno destato attenzione e preoccupazione (nonostante in alcuni casi si trattino di scontri decennali di cui semplicemente si ignorava l’esistenza). Invece, in una prospettiva più generale, sono stati i progressi tecnologici e informatici e le nuove invenzioni militari, insieme a un profondo cambiamento degli equilibri geopolitici, con il passaggio da una situazione unipolare (America come padrona indiscussa) a una multipolare, a condurre alla situazione attuale.

L’ACLED (Armed Conflict Location and Event Data) ha registrato, nel 2025, oltre 200.000 conflitti (la maggior parte bombardamenti) in più di 50 nazioni diverse, con un numero di vittime, stimato a ribasso, superiore a 240.000 persone.

 C’è un secondo dato che colpisce: nella classificazione degli Stati coinvolti, basata su quattro indicatori (impatto del conflitto, pericolo specificamente rivolto contro i civili, parte di territorio che è coinvolta, numero di gruppi armati) i primi dieci posti, esclusa la Palestina, sono assegnati a nazioni che, forse, quasi nessuno immagina in guerra: prima la Palestina, a seguire Myanmar (sono attivi oltre duecento gruppi armati diversi), Siria, Messico, Nigeria, Ecuador, Brasile, Haiti, Sudan e Pakistan. Tra i primi 50 paesi della classifica il 90% si trova in Sud America, Africa o Asia. 

Già, nel 2014 papa Francesco usò l’espressione perfettamente calzante di «Terza Guerra mondiale a pezzi»; e negli anni seguenti lo scenario si è solamente intensificato.

È inevitabile chiedersi dove porterà il continuo peggioramento degli equilibri geopolitici: l’aggravarsi dell’economia mondiale; un Occidente sempre più indebolito dal moltiplicarsi delle zone di guerra e inviso a un numero crescente di paesi, incapace, pertanto, di reggere il confronto con le altre superpotenze sul piano economico, militare e di sicurezza; lo scoppio di un’effettiva Terza Guerra mondiale; il superamento di alcune “linee rosse” oltre le quali non sarà più possibile tornare indietro.

Sono ipotesi alquanto catastrofiche, ma la situazione attuale non lascia molti spiragli di luce. L’assetto geopolitico dello scorso secolo, con due superpotenze in grado di supervisionare sul resto del mondo (con tutte le implicazioni negative che questo ha comportato), è fallito e oramai non più praticabile; altrettanto inutile si è dimostrato il tentativo di esportare la pace e la democrazia con le armi.

Tempo fa, scrissi a riguardo del progetto ReArm Europe. Continuo a sostenerne la necessità ma, allora come adesso, esso non è e non può essere uno strumento con cui raggiungere la pace. Serve per garantire un equilibrio tra i rapporti di forza internazionali, per consentire l’autonomia decisionale e l’indipendenza da paesi terzi. Perché, pur nella gravità dell’affermazione, da sempre l’uomo politico e militare, fosse anche con lo scopo di tutelare la sicurezza del proprio Paese senza secondi fini, spesso ritiene la guerra il modo efficace per risolvere le controversie. Certamente attraverso il riarmo europeo si infittisce il multipolarismo già sufficientemente complicato, forse c’è il rischio di isolarsi dagli attuali alleati, ma la negatività che potrebbe comportare non dipende dalla riforma in sé ma dall’uso che se ne farà; e la sua necessità urgente dipende dalla «logica del più forte» intrinseca nel pensare umano. La proposta è un piano per la sicurezza dell’Unione, non per diffondere la pace.

Però, come scritto poc’anzi, la guerra non può portare alla concordia tra Stati. A tale fine serve ben altro. Perché in Europa, negli ultimi settant’anni, sono cessate le guerre intestine? Evidentemente c’era e c’è la volontà (se non da parte di tutti, quasi) di non combattere. È avvenuto un cambio di mentalità.

Finché non si cessa di pensare secondo logiche di egoismo e avarizia, non si può raggiungere la pace.

Concludo con alcune frasi dal «linguaggio disarmato», per usare un’espressione cara a papa Leone XIV, tratte da una testimonianza di frate Francesco Ielpo, custode della Terrasanta, che indicano una via chiara e coraggiosa per costruire un futuro migliore:

«L’atteggiamento dei “facitori di pace” è quello di non polarizzarsi, non schierarsi. Ciò non significa essere neutrali, stare fuori dal conflitto, tacere le colpe delle parti in campo, ma il contrario: vivere il conflitto insieme a loro cercando di raggiungere un futuro buono per gli uni e per gli altri. […] Questa purtroppo è la posizione più difficile da mantenere perché oggi uno dei problemi principali è la sempre più radicale polarizzazione che porta le persone a dividere il mondo in due parti: se non stai solo con me, sei mio nemico».

«Gesti concreti di pace partono sempre da persone che hanno il coraggio di rischiare. Di rischiare di essere incompresi nella volontà di incontrarsi con l’altro. È evidente che non si possa cambiare il mondo, però la guerra è anche nella vita di tutti i nostri giorni e lì si che si può essere veri “facitori di pace”. Un esempio è san Francesco: lui [nel viaggio in Egitto al tempo della Quinta crociata, nda] non ha cambiato la storia, ma è cambiato il suo cuore e quello del sultano; è cambiato l’atteggiamento delle persone che vedevano nell’altro un nemico. […] E poi, col tempo, i cuori cambiati trasformano anche la storia».

«Il primo passo per costruire la pace è l’educazione».

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