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La rivoluzione antropologica dell’IA

Autore:Pietro Rea

Data: 12 aprile 2026

La rivoluzione antropologica dell’IA

“Quod natura munimento inviderat industria adiecit”
“Ciò che la natura non diede, lo procurò l’ingegno” (Anonimo, pozzo di Orvieto)

Strutturalmente parlando, l’uomo è un animale debole.
Non è dotato di pelliccia alcuna, e sotto il freddo glaciale congelerebbe.
È un bipede, e ciò lo rende molto lento.
Ha totalmente rimosso ogni qualsivoglia di organo offensivo, il che lo rende sostanzialmente innocuo.
Biologicamente parlando, un uomo non ha speranza contro una tigre.
Eppure, realisticamente parlando, ci sono più tigri uccise da uomini che il contrario.
Come mai è possibile questa cosa?

Tutto ciò che Darwin ci ha insegnato è totalmente inadeguato rispetto all’evoluzione umana: lo sviluppo di artefatti attraverso l’ingegno ha reso l’uomo più facilmente “attaccabile” sotto ogni punto di vista, tuttavia ha anche permesso lo sviluppo esponenziale del genere umano al punto che, nel 2026, si potrebbe perfettamente vivere senza uscire di casa e morire per eccesso di nutrimento.
L’attore principale di questa evoluzione non è infatti il corpo umano (il quale ha subito nel corso degli ultimi cent’anni un’incredibile evoluzione), ma un organo sostenuto da una delicatissima fila di vertebre: il cervello.

Sostenere oggigiorno che l’essere umano è in grado di stabilire l’ora esatta senza bisogno di orologi sembra una pura follia, però storicamente si ha ben altra notizia: da sempre l’uomo ha saputo l’ora diurna, più o meno precisamente, indipendentemente dalla presenza o meno di artefatti. Come mai?
Perché la mente umana, fino a pochi secoli fa, era biologicamente progettata per poter guardare il sole e, in base all’inclinazione, stabilire l’ora.
Non solo: sapeva il periodo dell’anno, i nomi di molte costellazioni, sapeva orientarsi, sapeva quanto durava il giorno, dove tramontava il sole e così via.
Noi, se avessimo conoscenza di qualcuno di questi dati, sicuramente non la avremmo innatamente, o grazie all’osservazione del cielo.
È infatti una caratteristica interessantissima del cervello quella di poter costruire degli artefatti in grado di “delegare” certe funzioni: a cosa serve sapere l’ora dal sole se posso girarmi in giro e individuare facilmente un orologio?
Non è una questione meramente filosofica, ma risulta da alcune risonanze che alcune aree del cervello vengono propriamente “abbandonate” poiché non più necessarie.
Questo abbandono comporta spesso la riduzione e il malfunzionamento di queste zone.
Tanto è vero ciò che normalmente la maggior parte degli abitanti, di un qualsiasi centro abitato di grandi dimensioni, non sa minimamente orientarsi se non con Maps.

Si ipotizzi per un istante che l’ingegno umano raggiunga una scoperta tale che riesca a soppiantare, non alcune aree specifiche, ma la maggior parte delle aree del cervello: elaborazione linguistica, memoria, elaborazione di informazioni, comprensione, produzione artistica, produzione letteraria, capacità di organizzazione, capacità di ricerca, capacità nello sviluppare “idee nuove”, capacità di mettere in atto le conoscenze acquisite, capacità di leggere adeguatamente…
Unendo i puntini otteniamo esattamente l’immagine dell’intelligenza artificiale.

Come è stato ampiamente visto, questo strumento dalle potenzialità incredibili, piano piano potrebbe cominciare a sostituire certe funzioni del cervello che sembravano insostituibili.

Cominciando dalla produzione scritta e artistica, sempre più spesso alcuni compiti sono affidati a certe AI, ma come è stato ampiamente discusso in articoli precedenti non si tratta di un male, ne tantomeno la delegazione di conoscenze o competenze più o meno complesse.
Così come alcune analisi sono egregiamente svolte da certe strutture digitali, che per come sono strutturalmente fatte riescono ad analizzare una serie di dati in pochissimo tempo e con un esito eccezionale.

Tuttavia sempre più si sentono altre tipologie di “delegazioni” di specifiche sfere di competenza umane: recenti casi in America riportano di alcune ragazze che si sono tolte la vita, indagando a causa della fraterna confidenza con una AI, divenuta loro terapeuta.
E con ciò l’aspetto di relazione umana viene sempre di più indebolita poiché affidata a un amichevole computer.
Un business di svariati miliardi di dollari è basato sul fatto che le tecnologie AI possono replicare fedelmente le sembianze e le azioni di un defunto, simulando così chiamate e dialoghi con certi partenti o amici trapassati.
Ciò porta, dicono gli esperti, a lungo termine ad annullare la dimensione del dolore di un defunto, ritenendolo “ancora in vita”.
Allo stesso modo nasce un’intera branca della pornografia, legale, che verte sulla creazione di pornodive perfette, a comando dello spettatore.
Ciò trascura completamente la dimensione dell’imperfezione del corpo, che invece è condizione necessaria in un rapporto reale, facendo diventare lo spettatore sempre più passivamente attivo ai contenuti pornografici che, questa volta, sono decisi dal medesimo.
Così non si può trascurare tutto l’aspetto del deepfake, del revenge porn, dei contenuti social costruiti interamente con AI, nei quali sempre di più il reale e il generato arrivano a coincidere.

Per farla breve, lo scopo di questo articolo non è quello di demonizzare l’AI, che ha in se le potenzialità per portare l’uomo su Marte e per sconfiggere il cancro, ma è quello di rendere pienamente coscienti di alcuni dubbi fondamentali che si celano dietro a questa tematica.

In primis, la prima domanda che mi sorge, è perché si arriva a umanizzare l’AI, pur sapendo che essa non è intelligente, è un algoritmo.
Il gravissimo problema che sorge è che sempre più ragazzi cominciano ad affidarsi a Chat, e purtroppo mi sono capitati personalmente svariati esempi, sia come amici che come pazienti, poiché sembra un “essere umano più neutro”.
Delegare all’AI le proprie interazioni sociali, inoltre, è indubbiamente dannoso per ogni individuo.

In secondo luogo sorge una tematica fondamentale per quanto concerne il rapporto tra l’uomo e la Verità: l’AI non è fatta per cercare la risposta più vera, ma quella che più probabilmente di altre accetteremmo.
Con ciò significa che certe affermazioni, reputate “oggettive”, altro non sono se non la risposta che più volentieri avremmo accettato o che avremmo preferito.
Questa tematica si aggrava con la questioni delle immagini generate: qualcosa che non è mai esistito può divenire potenzialmente esistente nella nostra conoscenza.

In terzo luogo, sorge la necessità di capire fino a che punto può spingersi questa innovazione: scrivere nuovi libri con l’intelligenza artificiale, produrre intere serie senza attori, produrre quadri senza l’interezza del genio artistico, cosa ci potrà consegnare in un futuro prossimo?
Leggendo un Leopardi o un Gemini, troveremo la stessa comprensione del dolore, delle fatiche, delle bellezze della vita?

Infine, nel momento in cui una AI riuscirà a soppiantare la maggior parte delle cose che possiamo fare, che cosa rimarrà dell’essere umano?
Una volta che potrò spiegare la vita ai miei figli con un’app, potrò esprimere pensieri complicatissimi con un click, potrò sviluppare delle creazioni senza fatica, che cosa rimarrà di me?
Sembra che man mano che si sviluppi l’intelligenza artificiale, si arrivi a ridurre l’essere umano a qualcosa che “genera pensieri”, che “ha domande”, che “ha delle sensazioni” poiché tutto ciò che potrà fare in più sarà soppiantatile.
Che cosa rimane, allora, di umano in questa rivoluzione?
Fino a che punto continueremo a delegare aspetti costitutivi di noi?

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