L’ultimo edicolante
Data: 4 novembre 2025

Immaginiamo un uomo nato il 1 gennaio del 1900, immaginiamo che sia nato in Italia, a Milano, e immaginiamo anche che sia vissuto giusto il tempo necessario per vedere il capodanno del 2000.
Inquadriamo questo uomo, diamogli un nome, un volto, una storia, degli affetti… e poniamoci questa domanda: dove avrà acquisito delle notizie nel corso della sua vita?
Partiamo dalla fine, un periodo che va dalla fine degli anni 90 all’inizio del 2000: internet.
In quel periodo nasce e si sviluppa una rete in cui è possibile vedere tutto: è talmente tanto efficiente che si svilupperà un’intera sezione del diritto per arginare questa ampissima enciclopedia.
Quindi non è impensabile che verso la fine della sua vita il nostro amico abbia cercato qualche informazione su un computer, forse se fosse nato dopo ne avrebbe cercata più di una, ma poco importa.
Andando a ritroso troviamo un’altro schermo che porta centinaia di diverse notizie ogni giorno: il televisore.
Prima con la Rai, poi con Berlusconi e Mediaset, la televisione si spande a macchia d’olio su tutto il territorio italiano, fino al punto che anche le famiglie meno abbienti riescono ad averne una.
Questo strumento non è simile per niente al computer: non mira a rendere accessibile a chiunque il sapere, ma mostra attraverso le immagini le cose che succedono.
A differenza della buona e vecchia scatola dove cercare le date di storia, il televisore è sia una fonte di intrattenimento che di propaganda: non a caso Pier Paolo Pasolini disse (proprio in televisione per altro) che non è un mezzo libero quello televisivo.
Non favorisce la comunicazione, ma pone un cosiddetto “esperto” che parla davanti a una videocamera senza vedere quei milioni di spettatori che lo stanno guardando.
Nella televisione non appare quasi mai la dimensione della domanda, appare sempre lo spiegazione.
Questo porta a una situazione quasi paradossale: la TV pone le domande come più desidera e risponde come più le fa comodo.
Prima ancora, parliamo indicativamente del 1925, abbiamo la radio.
Uno strumento simile alla TV, ma con una particolare cortezza: non conosce la dimensione dell’immagine.
L’immagine è molto più impattante e probabilmente muove in maniera molto più efficiente su quell’aspetto “sentimentale” della notizia, il quale spesso distoglie l’attenzione dal punto focale della questione, facendo accontentare lo spettatore di una sola versione dei fatti.
Se mi dicessero che è scoppiata una guerra in un punto del mondo sarei meno coinvolto, e dunque schierato, ma sarebbe diversa quella stessa visione di fronte ad alcune foto tragiche di bambini che scappano.
(Forse questo tema è molto più attuale con i social che con la televisione).
Infine, il primo mezzo pubblico che avrà incontrato per acquisire delle informazioni è sicuramente il giornale.
Tra tutti questi, a mio avviso, l’unico che ha seriamente sviluppato il pensiero critico (o paradossalmente dato vita ad alcune delle grandi ideologie) è proprio questo.
Il giornale cartaceo infatti necessita di tempo, necessita uno studio e una elaborazione dei dati, necessita uno studio della testata in sé, necessita di una competenza per sviscerare i fatti raccontati in un certo modo e soprattutto richiede un costante allenamento.
Queste cose nessuno dei mezzi più recenti le ha mai garantite tutte.
È vero che con l’avvento di Mediaset vedere un canale o vedere l’altro voleva dire cambiare consapevolmente punto di vista, ma nessuno dei due dava tempo a sufficienza per elaborare le notizie dei telegiornali.
Con rammarico scrivo questo articolo dopo che ho visto l’ennesima testata giornalistica fallire e l’ultima edicola del mio quartiere chiudere.
L’attenzione di oggi, specie dei ragazzi, è troppo bassa per poter leggere un articolo per intero, figurarsi un’intero quotidiano, e soprattutto il livello di contenuti sterili è tale che anche gli adulti si sono disinteressati della Verità.
Io spero che la fine di questa grande epoca del giornale si chiuda per dare presto spazio a un’altra fonte di informazione più sensibile, più critica.
Perché se siamo veramente destinati ad andare avanti così, con la televisione, con i social, rimarremo sempre gli utili idioti al servizio di qualcuno che non conosciamo e che non ci interesseremo neanche di conoscere.