L'intelligenza artificiale nelle scuole
Data: 3 aprile 2026

L’articolo di oggi è in stretta continuità con il precedente (https://intelligere.blog/post/scuola-e-intelligenza-artificiale). Una pubblicazione alquanto inusuale per un articolo, o meglio una serie di articoli, che rappresenta un’eccezione. Quello scorso ha voluto essere una specie di esperimento, il cui proseguo è il testo odierno: l’articolo di martedì – non so che idee vi siate fatti a riguardo – è interamente frutto di ChatGPT; questo, invece, è scritto autenticamente e vuole essere lo svelamento del precedente, contenente anche una riflessione circa il medesimo tema. Anticipo solamente che la prossima settimana uscirà un terzo articolo sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale, ma in un altro settore della vita umana.
La domanda che posi a ChatGPT è la seguente: «Scrivi un articolo argomentativo di 30 righe sulle potenzialità dell’AI nel mondo scolastico». Un quesito semplicissimo, che potrebbe essere molto verosimilmente lo stesso di un qualunque compito scolastico, immaginiamoci per una classe liceale.
Bighellonando un po’ sul sito di intelligenza artificiale è emersa una nota positiva: esso non «mente» (ma la probabilità che scriva falsità non è nulla). Infatti, alla richiesta di scrivere un breve articolo circa il (mai avvenuto) arresto di Carlo III, l’output del server fu una dichiarazione di non poter professare per verità cose menzognere.
Tuttavia, il testo sull’AI nelle scuole non è esente da aspetti problematici. Innanzitutto, ipotizzando che uno studente pigro ricorra a ChatGPT per facilitarsi il lavoro, quest’ultimo commette alcune scelte sintattiche, e non solo, discutibili e anche erronee. L’intero scritto è articolato attraverso periodi brevi e coordinate, il che lo rende macchinoso e ne rivela facilmente la provenienza, a meno che lo studente non si impegni un minimo per modificare alcuni connettivi. Vero è, che si può con grande semplicità chiedere all’Intelligenza Artificiale di riscriverlo rendendolo più scorrevole mediante l’aggiunta di periodi per subordinazione o altro.
A parte queste minori questioni grammaticali, il vero problema sta nel contenuto: eccezion fatta per un generico invito a «garantire un uso etico e responsabile dell’AI nel contesto educativo», il sottolineare la preziosità dei dati personali dello studente e l’insostituibilità della figura dell’insegnante, non c’è nessun altro rinvio alle problematiche a cui l’alunno è esposto. È vero che la domanda posta chiedeva semplicemente le «potenzialità», ma una persona che rispondesse autonomamente al quesito sicuramente farebbe un confronto tra svantaggi e benefici perché conscia che solo così si potrebbe produrre un testo argomentativo efficace.
Provando a chiedere a ChatGPT direttamente quali possono essere «gli svantaggi dell'utilizzo di AI nelle scuole» si ottiene che i rischi principali sono la **perdita di competenze basi **e l’indebolimento del pensiero critico, con conseguente sviluppo di una cultura superficiale e ipotetico affidamento a informazioni scorrette o incomplete. Se da una parte il «modello tradizionale [di insegnamento nda]» non permette di «considerare le differenze individuali» degli studenti e limita la loro motivazione verso l’apprendimento, metodi didattici “intelligenti” non riescono affatto a risolvere questa difficoltà e potrebbero causare persino danni peggiori.
Lo stesso discorso è applicabile agli insegnanti: affidandosi a strumenti di intelligenza artificiale per ricerche personali non possederebbero più le conoscenze necessarie all’insegnamento e, forse, neppure un posato ragionamento critico. Inoltre, rivolgersi a delle tecnologie digitali per la creazione di compiti in classe è fortemente dannoso perché non è affatto vero che si faciliterebbero gli studenti, dal momento che quelle non conoscono chi essi sono e cosa e meglio per loro. Le AI al massimo sono in grado di stabilire dei parametri generali, ma come possono conoscere il particolare studente senza intessere con lui una relazione seria? Se fosse possibile sarebbero ben altra cosa rispetto a degli algoritmi.
Parimenti, l’uso di AI per la correzione di compiti ed esercizi: chi scrive, anche sulla base della propria esperienza individuale, non trova quali possano essere i vantaggi nel ricevere correzioni da un computer sostituendo l’utilissimo dialogo con l’insegnante.
Infine, nel testo dei «vantaggi» si afferma che tramite le nuove tecnologie sarà possibile pareggiare i dislivelli didattici tra gli studenti. Eppure, nella risposta circa gli «svantaggi» è evidente l’opposto: «Non tutte le scuole o gli studenti hanno accesso alle stesse tecnologie, creando un divario digitale tra chi può utilizzare strumenti avanzati e chi no». Perciò, esso sembra più solo un ideale teorico ben lontano dall’avere una concreta realizzazione.
Dunque, sul piano dell’“onestà intellettuale” le intelligenze artificiali, a parte qualche ostacolo legato più alla chiarezza della domanda che le si pone, funzionano. Ma il dilemma è se davvero servono (nell’ambito scolastico o di erudizione)? Alle stesse conclusioni riportate nel testo pubblicato ieri può giungerci anche l’uomo attraverso il proprio ragionamento, il dialogo con altri e la consultazione di fonti. L’unico vantaggio dell’intelligenza artificiale è far guadagnare tempo, consentire meno fatica (intellettuale) alle persone. Ma è davvero un bene? Non sarebbe più opportuno se i servizi di AI – che offrono in generale grandi vantaggi – fossero limitati agli ambiti in cui l’uomo non è capace di giungere con i propri mezzi?